VIAGGIO IN MOTO ALLA SCOPERTA DEL

SAHARA LITUANO

30 maggio - 9 giugno 2002
Con "in testa" ancora il... deserto di Tunisia!
(estate 2001)
Per tutta l'estate la testa ritorna a quell'immensa pista da pattinaggio che ci era sembrata, attraversandola, la distesa salata del Chott El Jerid. Il ricordo, misto a nostalgia, del sahara tunisino spunta all'improvviso nella vita di tutti i giorni e la memoria di quegli spazi e silenzi "infiniti" riaffiora ancora nitida. Fatale per ognuno sognare di tornare in Africa e comincia già a circolare l'idea della Libia e del Marocco.
Altrettanto inevitabile e inesorabile, all'indomani dell'11 settembre, pensare che il sogno debba infrangersi. E così sarà!
Appuntamento dopo Natale, per la solita pizza al White Buffalo. Messo da parte il sogno Africa, l'unico luogo che porta il nome di "sahara", strano a dirsi, si trova in una latitudine geografica insolita: la Lituania, nella penisola di Neringa situata sul Mar Baltico. E' un pezzo di natura incontaminata che si affaccia sul Mar Baltico, inserita per la particolare bellezza tra il patrimonio dell'Unesco. L'idea piace a tutti, anche ai nuovi Sergio e Umberto; dovremo approfondire e studiare meticolosamente il percorso, perché i giorni a disposizione sono solo 10 e i chilometri tanti, oltre 5.000. La meta è ambiziosa e il viaggio si preannuncia alquanto impegnativo. Lituania, un nome che evoca inequivocabilmente il lontano nord, le foreste, il verde come colore dominante. E così sarà. Nelle lunghe settimane che precedono la partenza abbiamo modo di constatare sulla carta geografica la notevole distanza da coprire, che ci obbligherà a tappe considerevoli, con l'incognita delle condizioni meteorologiche, sempre abbastanza difficili in quelle regioni. Il tutto non fa che aumentare l'attesa e le aspettative per quello che già potremo definire un viaggio da "tosti".
Partenza di notte per la Lituania
(30.5.2002)
Per guadagnare tempo abbiamo programmato di partire di sera. E' una calda serata di inizio estate quando ci raduniamo a Piazza Garibaldi; immancabili i familiari e gli amici, ma anche passanti curiosi attratti dalle otto moto e dall'inconfondibile abbigliamento. Imboccata la E45 in direzione Nord, quasi inghiottiti dal buio della notte, raggiungiamo rapidamente Cesena; si viaggia bene e spediti. La Via Romea ci porta a Mestre; percorriamo poi l'autostrada in direzione Udine e ci dirigiamo verso il confine Austriaco. Entriamo in Austria quando inizia ad albeggiare; l'aria è più frizzante, l'ideale per una sosta (colazione e bollino autostradale). L'entusiasmo a mille ci ha fatto perfino dimenticare di non aver dormito! Durerà?? Riprendiamo il viaggio attraverso le sinuose e, a volte, insidiose autostrade austriache, ma la "media" sta scendendo; è forse ora di una sosta "consistente", che individuiamo in una delle numerose aree da pic-nic. Ognuno dorma come può, sembra essere stata la parola d'ordine; chi per terra, chi su panche e tavoli, chi addirittura continua a dormire in moto. Un paio d'ore ci rimettono in sesto e, viste le "discrete condizioni", decidiamo di allungare la percorrenza, arrivando oltre Bratislava. Attraversiamo buona parte della Slovacchia e verso le 18.00 decidiamo di fermarci per la notte a Trencin. Circa 1200 chilometri di tappa possono bastare e, visto come si svilupperà il viaggio, potremmo definirli come decisivi. L'elegante cittadina, nota anche ai Romani, è dominata dai contrafforti di un antico castello scavato nella roccia e costruito per difenderla dalle invasioni dei Tartari. Due passi al centro storico e primo contatto con la cucina dell'est europeo. Da buoni italiani ravviviamo un ambiente un po' smorto e mettiamo "in difficoltà" (con la lingua) una graziosa cameriera. Un'accogliente pensione ci ospita per il meritato riposo.
La tappa della memoria ... Auschwitz
(1.6.2002)
Partenza di buon'ora, tempo splendido. Percorriamo la restante parte di Slovacchia, fino al confine con la Polonia, attraversando la pittoresca zona dei parchi naturali dei Monti Tatra. Paesaggi di singolare bellezza, natura rigogliosa e incontaminata, sembra d'essere tornati indietro nel tempo. La strada che avvolge le montagne invoglia alle pieghe. Varie soste per le foto e per ammirare i borghi e i villaggi di antica origine austro-ungarica, un'architettura elegante soffocata negli anni dell'influsso sovietico a favore degli immensi e impersonali agglomerati abitativi edificati, per lo più, in pianura, vicino alle fabbriche. Istantanee che incontriamo più avanti, nei centri popolosi e che fotografano una realtà sociale difficile e in continuo divenire. Un matrimonio di campagna è l'ultima immagine, bucolica, prima di lasciare la Slovacchia ed entrare in Polonia.
Nel primo pomeriggio arriviamo a Oswiecim (Auschwitz è il nome datole dai nazisti). Raggiungiamo l'antica caserma divenuta tristemente famosa come il primo campo di concentramento nazista. In silenzio, con impaccio e quasi timore, entriamo; c'è una strana atmosfera che, forse, solo entrando a Auschwitz si riesce a comprendere. Una guida ci accompagna nella "visita" ai luoghi della prigionia, della tortura e della sperimentazione dello sterminio di massa (gas nervini - forni crematori).
Tutto ciò che si può definire quale inimmaginabile aberrazione umana lo si trova a Auschwitz.
Ci rechiamo anche nel vicino lager di Birkenau, (Auschvitz II) quello per interderci raggiunto dai binari della ferrovia. Nel "campo", concepito e realizzato per attuare lo sterminio di massa, la degradazione e l'ignominia hanno toccato livelli quasi inverosimili; si stenta a credere al racconto della nostra guida. E' calato il silenzio, tacciono anche le macchine fotografiche. E' quasi sera quando risaliamo in moto, un tramonto tetro ci accompagna nella ricerca di un hotel, lo troviamo vicino alla stazione del treno. E' grande, dispersivo, semivuoto, l'ideale contenitore per una mesta serata.
Attraverso la Polonia per definire la nostra "mission"
(2.6.2002)
Cielo plumbeo al risveglio, una fitta pioggia sulle moto lasciate nel parcheggio all'aperto. Non è proprio l'ideale per la tappa impegnativa che ci aspetta, risalire il più possibile la Polonia ed avvicinarsi al confine lituano. Lasciata Auschwitz, ma non il suo testamento, ci dirigiamo in direzione Varsavia, prendendo la strada principale della Polonia che taglia il paese. Il paesaggio è grigio, triste, come gli sguardi della gente che incontriamo. La pioggia è diventata scrosciante e facciamo conoscenza con le micidiali condizioni delle strade polacche, per lo più segnate dai profondi solchi causati dal traffico pesante dei camion. Per mantenere la "media" dobbiamo assolutamente sorpassare gli ingombranti automezzi, attraversando e riattraversando i solchi divenuti veri e propri canali. La tensione e la concentrazione sono ai massimi livelli. Guidiamo in queste condizioni per tutta la mattina. Aggiriamo Varsavia per evitare il traffico locale e, superata la capitale, ci concediamo una sosta in una trattoria, gestita alla buona da una simpatica ed arzilla donnetta. Facciamo conoscenza con le zuppe polacche, in particolare lo zureg. Anche la pioggia si è concessa una sosta, ripartiamo; riparte anche lei! E' così per tutto il pomeriggio; verso sera cessa. Anche il paesaggio comincia a cambiare, l'asfalto ora corre su interminabili rettilinei che tagliano sconfinate foreste. Decidiamo di sostare per la notte a Lomza, poco distante dal confine lituano. La giornata è stata impegnativa, ma a cena c'è ancora spirito per un dibattito sulla caratterizzazione della "mission" del viaggio:
motoviaggio culturale o ricreativo? reportage fotografico o contatti stretti con le popolazioni? o ....
Alla fine, per fortuna, qualcuno sintetizza la strategia: "l'importante è ... viaggiare in moto". Due passi per le vie deserte della cittadina, il tonfo sordo di un cagnolino finito sotto un'auto rompe il silenzio ed accende la malinconia.
La Lituania ci accoglie con il caldo; si avvicina il "sahara lituano"
(3.6.2002)
Il tempo si è rimesso e ci accompagna al confine con la Lituania. Entriamo nella repubblica baltica. Il paesaggio è come lo avevamo immaginato, dominato dal verde delle foreste e dall'azzurro del cielo. Anche le strade sono migliorate, ben tenute, si può riprendere a fare qualche piega. E' caldo! La strada corre accanto al letto di un fiume che ci porterà verso il Mar Baltico. La campagna è semplice, ma curata. E' evidente la tradizione rurale di questo popolo. Le case, piccole, a uno o due piani e colorate di vivaci tinte, sono in legno, come anche i campanili delle chiese. Immancabili le cicogne, che nidificano dappertutto. Viaggiamo tutto il pomeriggio formando un lunghissimo elastico, per accontentare anche chi vuol catturare questa o quell'immagine. Pino e Fiordo in testa al gruppo, con il road book, a chiudere Maurizio, Oreste e quasi sempre Gioele. Il Dona è un po' dappertutto e ogni tanto ti si affianca gesticolando (o che ha fame o per fumare). Nel tardo pomeriggio siamo vicino al mare, a Silute, che scegliamo per passare la notte. Alloggiamo in un curioso hotel, stile primi novecento; le moto sono state riposte in due fondi dietro l'albergo, siamo vicini a zone di traffico marittimo, la prudenza non è mai troppa. C'è difficoltà a comunicare, l'inglese è poco conosciuto, meglio sarebbe il tedesco. Se la cava, invece, egregiamente Umberto, che a cena riesce a "fraternizzare" e anche ad "esportare" una lezione di ballo latino-americano, fra gli applausi di tutto il locale e sotto l'abile regia "dell'esperto consulente" Sergio.
La penisola di Neringa
(4.6.2002)
Una calda mattinata ci accompagna al traghetto che da Klaipeda conduce in pochi minuti nella penisola di Neringa. E' uno "zatterone" che porta di tutto: automezzi di ogni genere, biciclette, passeggeri. Le moto attirano interesse e curiosità. Sbarcati sulla penisola lasciamo la zona prettamente turistica per addentrarci nel parco, verso sud, al confine con l'enclave russo di Kaliningrad. Il nero nastro d'asfalto taglia le foreste che scendono al mare e il traffico è quasi inesistente. Turisti sempre meno, un paradiso. Cominciano a comparire le prime "dune" che danno il cambio alle pinete. Sostiamo per addentrarci nel bosco della "Collina delle Streghe", una originale raccolta di statue scolpite sul legno, testimonianza di tradizioni popolari molto diffuse in queste regioni e che affondano le radici nell'antico politeismo e nel totemismo. Ripresa la strada continuiamo verso la parte meridionale; il paesaggio si fa più aspro, ormai le dune di sabbia si susseguono sempre più maestose e alte, fino a gettarsi sul mare. Nida è l'ultimo paesino, prima del confine russo. Ordinato, silenzioso, con le dacie dai colori vivaci; qui passeremo la notte. Ma intanto, dopo la rituale foto di gruppo, via verso le bianche dune, che "si muovono" sotto le raffiche di vento. E' finalmente il "sahara lituano", a oltre 2.500 km. da casa. Il tramonto ci vede lungo il mare, una spiaggia sterminata, battuta dal vento; alcuni (il Dona, Fiordo e Maurizio), veramente coraggiosi, si tuffano nelle acque del gelido Baltico. Ci sistemiamo in una confortevole dacia, gestita da una severa e militaresca signora, che proprio non vede di buon occhio le nostre moto parcheggiate sul retro giardino. La serata è dedicata a qualche souvenir (ambra in particolare) e ad una valutazione sulla prima parte del viaggio, giunto al giro di boa. E da domani inizia il ritorno.
L'inquietante misticismo della Collina delle Croci
(5.6.2002)
Di buon'ora ripercorriamo in lungo la sottile penisola, fermandoci ancora a gustare il paesaggio in cima alle dune più alte. Lasciata Neringa al suo imminente sfruttamento turistico di massa, ci dirigiamo ad est, meta Vilnius, la capitale. Attraversiamo una zona prevalentemente pianeggiante. Il paesaggio è caratterizzato da sconfinati campi coltivati, di color giallo e verde, che vanno a incontrarsi, all'orizzonte, con il cielo azzurro. Superata Siauliai, deviamo per Kryziu Kalnas, la Collina delle Croci. Si tratta di una collina interamente coperta di croci, centinaia di migliaia, milioni, di più, di ogni taglia, di ogni materiale, anche appese le une alle altre. La collina si staglia nella pianura circostante; accanto, ancora montato, il palco che ha ospitato la recente visita del Papa. La sua origine si perde nel tempo, ma è dall'epoca zarista e, poi, nel secondo dopo guerra, durante gli anni del governo sovietico, che ha iniziato a divenire luogo di devozione; un pellegrinaggio contrastato dalle autorità e divenuto per questo anche un simbolo di resistenza. E' una fitta foresta di croci, alcune grandi, scolpite sul legno, con tratti ed espressioni simili ai totem che abbiamo visto nella "Collina delle streghe". La gente arriva in continuazione, va, pianta la sua croce, prega. Saliamo su per il sentiero che percorre la collina; il sole a fatica passa tra le fessure della giungla di croci e riflette ombre strane, sembra di perdere l'orientamento. E chissà di notte, magari col vento, sembrerà di sentire anche ... le voci. Acquistiamo in una delle bancarelle una piccola croce di legno; non siamo venuti per pregare, vogliamo solo testimoniare la visita alla "collina simbolo". L'appendiamo con su scritto: "che si possa continuare a viaggiare con il pensiero, con la parola, con la moto".
L'autostrada per Vilnius è veloce, tanto veloce, che qualcuno rimane anche senza benzina. Arriviamo nella capitale lituana prima di sera. L'incontro con un nostro connazionale, ormai da tempo residente a Vilnius, ci facilita nel trovare la sistemazione. Sembra un personaggio uscito da un film di Verdone, ma è veramente ospitale, indirizzandoci in un moderno e accogliente albergo, con tanto di parcheggio per le moto. A letto presto, domani ci aspettano di nuovo le... strade polacche.
Varsavia, attenti a non ... perdersi!
(6.6.2002)
Quella nell'albergo di Vilnius è stata una colazione memorabile, per quantità, varietà, qualità. C'era di tutto e si sono trovati perfettamente a proprio agio sia Pino (menù dolce) che Maurizio (menù salato). Ci aspetta una tappa dura, ripercorrere le micidiali strade polacche, speriamo non piova. Dopo pochi chilometri il mitico GS 100 di Gioele accusa un problema al disco del freno anteriore. Le abili mani del proprietario, assistito dalla supervisione e dall'attrezzatura di Oreste, riescono a rimediare e si riparte. La mattinata è quasi volata, percorriamo una piccola strada nei pressi del confine con la Polonia, un paesaggio prettamente rurale e povero. Sostiamo in un villaggio; la piccola bottega, tipo saloon, non è in grado neanche di contenerci. Praticamente "svuotiamo" le riserve del locale (affettati, pane, bibite). L'ospitalità e la gentilezza del proprietario sono squisite. Ripartiamo sotto lo sguardo schivo e curioso dei suoi bambini. Siamo in Polonia, non piove, guidiamo tutto il pomeriggio e quando è sera arriviamo alle porte della capitale. Dobbiamo necessariamente attraversarla. Una sosta per concertare il programma, le raccomandazioni di stare uniti e ben collegati durante l'attraversamento della città. Impieghiamo oltre un'ora per oltrepassare Varsavia, il traffico, la segnaletica scarsa, le continue soste per aspettare chi si è rimasto bloccato al semaforo, le insidie dell'asfalto perché nel frattempo è iniziato a piovere. Esausti e bagnati troviamo alloggio in un motel alla periferia.
A inseguire i lampi del temporale
(7.6.2002)
Avevamo lasciato le moto sotto la pioggia, le riprendiamo la mattina che sta ancora piovendo. Si parte, la pioggia aumenta, accompagnata da violente raffiche di vento che impongono una continua guida con la moto inclinata. Non possiamo tenere medie elevate, ma pur sempre, anche oggi, dovremo fare oltre 500 km.! Ci dirigiamo in direzione ovest, verso il confine della Repubblica Ceca. Piove ai limiti della praticabilità delle strade, la guida è veramente impegnativa, la visuale difficoltosa, l'equilibrio pure. In alcuni tratti il traffico è fermo, sopra di noi i fulmini del temporale squarciano e illuminano il cielo. E purtroppo siamo costretti ad andare in direzione dei temporali! Le soste sono brevi e limitate. Nel tardo pomeriggio, nei pressi del confine ceco, cessa la pioggia. Lasciata la Polonia, entriamo nella Repubblica Ceca. Guidiamo ancora fino a Turnov, dove sostiamo per la notte. La sistemazione è in due alberghi della via principale. La cittadina è ordinata, tranquilla; la gioventù inquieta e frenetica, tipica di una realtà sociale in evoluzione. Una salutare doccia ed un'abbondante bistecca ci ripagano della giornata veramente sfiancante. Anche domani tappone!
Austria, dormire ai piedi del ghiacciaio
(8.6.2002)
Partenza da Turnov, direzione Praga. Inizia di nuovo a piovere, ma ormai è quasi normale. Fiordo e Maurizio perdono i contatti dal gruppo all'ingresso di Praga; si ritroveranno alla periferia. Superata Praga, attraversiamo la repubblica ceca, territorio disegnato, sembra, con il pennello di un pittore. Le pianure si alternano a dolci saliscendi, ora ha smesso anche di piovere e c'è spazio per qualche foto e breve sosta. Oltrepassata Tabor, sostiamo alla periferia della popolosa Ceske Budejovice. E' il primo pomeriggio, l'obiettivo è raggiungere l'Austria, superare Salisburgo e dormire ai piedi del ghiacciaio del Grossglockner. Ci informiamo delle condizioni meteorologiche, che non sembrano essere proprio ottimali nella zona delle Alpi. Stanno forse arrivando i temporali polacchi?. Il tempo si va rimettendo, lasciamo la frontiera Ceca ed entriamo in Austria. Imboccata l'autostrada tocchiamo Linz e poi la splendida Salisburgo, adagiata su un'elegante valle. Puntiamo verso il gruppo montuoso del Grossglockner, la più alta cima dell'Austria. Imbocchiamo la strada che attraverso le valli alpine porta ai piedi del massiccio, nel Parco Nazionale degli Alti Tauri. E' ormai quasi sera, siamo entrati nella "strada alpina del Grossklockner", sostiamo nel paesino di Fusch, in una confortevole gasthof. Domani mattina percorreremo la famosa strada, paradiso dei motociclisti, fino ad arrivare al ghiacciaio. Dopo aver gustato una luculliana cena, due passi per concertare il programma di rientro. Le nuvole corrono veloci e scoprono il cielo, il rumore di una vicina cascata si mescola al silenzio della valle, l'aria è frizzante. Ne abbiamo fatta di strada, ci sentiamo "quasi a casa", incomincia a mancarci.
Ritorno in Italia, ora possiamo anche ... perderci!
(9.6.2002)
La colazione nella gasthof di Fusch non ha nulla da invidiare a quella di Vilnius. Inizia la salita verso il massiccio, imbocchiamo la strada alpina del Grossglockner, a pagamento, realizzata prima della guerra, che corre ad oltre 2.500 metri d'altezza, collegando le principali vette austriache di oltre 3.000 metri. Un'opera ardita, attaccata in alcuni punti alla roccia e protesa nel vuoto; costata anche il sacrificio di numerosi operai, che tra l'altro terminarono il lavoro prima dei tempi previsti e con minore spesa, come testimoniano le lapidi commemorative. Numerose soste per le foto e per visitare le mostre celebrative allestite nelle varie baite. Il tempo purtroppo non promette niente di buono, il cielo è coperto e si alza anche una fitta nebbia che offusca il panorama. Nei pressi del valico, contraddistinto da una galleria di epoca romana, il paesaggio cambia. Fa la sua comparsa la neve, caduta di notte, anche abbondante, ma prontamente sgomberata. Attraversato il tunnel, dal fondo a "schiena d'asino", la strada continua tra saliscendi e tornanti fino ad arrivare alla "Quota Imperatore F. Giuseppe". E' il punto panoramico per eccellenza, di fronte alla più alta montagna dell'Austria, il Grossglockner (3.800 mt.), con la vista sopra il più lungo ghiacciaio delle Alpi Orientali. Ci concediamo una sosta anche per gli ultimi souvenir (che stress, per Pino!). Il via vai di motociclisti è incessante, con moto di tutti i tipi. E' ora di ripartire, l'ultima tappa. Toccata la Carinzia, percorriamo sotto la pioggia l'angusta stradina che attraversa il confine (Paluzza) verso l'Italia. Il gruppo va sgranandosi (segni premonitori), in un paio di soste ci ricompattiamo; il tempo è migliorato, sull'autostrada di Udine splende il sole, si corre. Nell'imbuto di Mestre, purtroppo, non riusciamo a ripetere l'impresa di Varsavia e il gruppo si sfila. E per tutta la restante strada, fino a casa, sarà un continuo rincorrersi ed aspettarsi, senza però riuscire mai a ritrovarsi tutti! Arriviamo a Città di Castello alla spicciolata, il contachilometri della "Poderosa tre" (alias Varadero) segna 5.237 km.. Siamo stati messi a dura prova, è stato veramente un viaggio da ... "tosti"!
La testa, per un attimo, corre ancora a quell'immensa pista da pattinaggio...
...che si possa continuare a viaggiare con il pensiero, con la parola, con la moto.
Maurizio
Hanno partecipato:

  • Umberto Alloisi su Yamaha Tdm

  • Giovanni Consigli su BMW GS 100

  • Maurizio Cristini su Honda Varadero

  • Andrea Donati su BMW GS 1150

  • Lorenzo Fiorucci su Honda Africa Twin

  • Sergio Monaldi su Bmw Gs 1150

  • Oreste Moretti su Honda Africa Twin

  • Pino Perugini su Honda Transalp



  • L'organizzazione
    E' stata curata direttamente, senza ricorso alle prestazioni di agenzie specializzate. Il viaggio è stato affrontato con moto equipaggiate normalmente. Ricambi al seguito: candele - corde frizione ed acceleratore - kit riparazione forature - camere d'aria - ferri in dotazione.

    Inconvenienti registrati: bloccaggio disco freno anteriore BMW GS100 (risolto con intervento diretto).

    Documenti: passaporto - patente - carta verde - assicurazione sanitaria e mezzo.
    Sono stati percorsi 5.200 km in 10 giorni.